La barzelletta di Caterina che frega lo zio tirchio alle giostre: non riesci a smettere di ridere

La risata è una delle funzioni più misteriose e affascinanti del cervello umano. Gli scienziati la definiscono una risposta neurobiologica agli stimoli incongruenti: ridiamo quando qualcosa viola le nostre aspettative in modo non minaccioso. Non siamo soli in questo: anche i ratti, gli scimpanzé e i cani producono vocalizzazioni simili alla risata durante il gioco. Ma solo noi umani abbiamo trasformato l’umorismo in arte, letteratura e — inevitabilmente — in barzellette. Nella storia, il rapporto con la risata è cambiato radicalmente: nel Medioevo ridere era quasi peccato (lo diceva anche Umberto Eco in Il nome della rosa), mentre gli Antichi Romani erano maestri dell’ironia più pungente. Cicerone dedicò un intero capitolo del De Oratore all’umorismo, e i Romani ridevano volentieri di politici corrotti, mariti traditi e avari patologici. Proprio gli avari: un classico senza tempo.

La barzelletta: lo zio tirchio e il sogno milionario

Caterina va a giocare da sua cugina Mariuccia e, a un certo punto, le fa una proposta:

«In paese ci sono le giostre, ti va se andiamo a fare un giro sugli autoscontri?»

«Sarebbe bello, però io non ho neanche un euro in tasca.»

«Neppure io.»

«Allora come facciamo?»

«Intanto andiamo, magari per strada incontriamo qualche parente che ci regala qualche centesimo.»

Le due bambine si incamminano e, a un certo punto, dall’altra parte della strada vedono lo zio Evelindo.

«Dai, andiamo a salutarlo, così può darsi che lui ci dia qualche moneta per andare sulle giostre.»

«Ma scherzi? Zio Evelindo è il più tirchio del mondo.»

«Vedrai, vedrai, lascia fare a me.»

«Ciao zio, come stai? Ma lo sai che questa notte ho sognato proprio te?»

«Ma davvero, Caterina? E che cosa hai sognato?»

«Pensa zio, ho sognato che mettevi la mano in tasca e mi davi due monete da un euro per andare sulle giostre degli autoscontri con Mariuccia. Proprio due monete, zio. Ci credi?»

«Ah, sì?»

«Certo zio, proprio tu mi hai dato due monete da un euro. Una per me e una per Mariuccia. Hai capito?»

«Sì, Caterina, nel sogno ti ho dato due monete da un euro. Ho capito, ho capito. Ma non lo ripetere ancora — e non preoccuparti: non li rivoglio indietro, ve li lascio volentieri!»

Perché fa ridere?

Il meccanismo comico di questa barzelletta si basa su un classico ribaltamento delle aspettative. Caterina costruisce con furbizia un racconto — il sogno — per mettere lo zio avaro in una posizione psicologicamente scomoda: negare i soldi significherebbe smentire persino un sogno. La bambina ripete il dettaglio delle due monete con insistenza quasi maniacale, proprio per fissarlo bene nella mente dello zio.

Il colpo di scena finale è che lo zio Evelindo la batte in astuzia: invece di tirar fuori il portafoglio, finge di aver già “dato” i soldi nel sogno e si congratula con se stesso per la generosità onirica. La tirchieria diventa così un’arte, quasi degna di ammirazione. Un finale che Cicerone, probabilmente, avrebbe apprezzato.

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