La barzelletta del povero invitato a casa del ricco: il finale ti farà scoppiare a ridere

Ridere è una delle poche cose che accomuna davvero tutti gli esseri umani, indipendentemente da cultura, lingua o latitudine. Ma perché ridiamo? Dal punto di vista neurologico, la risata attiva il sistema limbico, libera dopamina e riduce il cortisolo: in pratica, il cervello premia chi sa cogliere l’incongruenza comica. E sì, non siamo gli unici: scimpanzé, ratti e persino alcune specie di uccelli emettono vocalizzazioni associate al gioco che i ricercatori considerano una forma primitiva di riso. Gli antichi Romani, tutt’altro che austeri sul fronte dell’umorismo, erano maestri dell’ironia sociale: prendevano in giro i novi homines, i parvenus arricchiti che cercavano di scimmiottare l’aristocrazia. Cicerone stesso dedicò un intero capitolo del De Oratore all’arte del far ridere. L’umorismo, insomma, è sempre stato uno specchio impietoso delle disuguaglianze. E questa barzelletta non fa eccezione.

La barzelletta

Un uomo povero in canna non ha più niente da mangiare. Si è ridotto a raccogliere e mangiare l’erba del fosso lungo la strada. A un certo punto passa un ricco signore che, vedendo la scena, si ferma e gli chiede:

– Ma cosa fa? Perché mangia l’erba del fosso?

– Sono povero, non ho niente da mangiare, e così…

– Ho capito, ma non faccia così! Non mangi l’erba del fosso, è una cosa che non si può vedere! Su, venga a casa mia, le offro io qualcosa!

– Ma io ho anche moglie e figli…

– Ma certo, porti anche loro! Non faccia complimenti!

– Ma è sicuro di avere abbastanza cibo per tutti?

Tranquillo! A casa mia ho un giardino immenso con l’erba alta così!

Perché fa ridere

Il meccanismo comico si basa su quello che i teorici chiamano “effetto sorpresa per sovvertimento delle aspettative”: il ricco sembra muoversi per generosità, costruendo nella mente del lettore l’immagine classica del benefattore. Poi, con una sola battuta finale, tutto crolla. Non stava offrendo un pasto: stava semplicemente delegando il taglio del prato. La critica sociale è tagliente quanto involontaria — o forse no. Il ricco non è cattivo per calcolo, è inconsapevole per natura, e questa sfumatura lo rende ancora più ridicolo. Un personaggio degno dei migliori caractères di La Bruyère, calato però nel fosso di casa nostra.

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